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    Il Concerto Cosmico

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    nelda

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    Il Concerto Cosmico

    Messaggio Da nelda il Mer 16 Lug 2008, 22:22

    A 250 milioni di anni luce il buco nero della galassia NGC 1275
    emette un “sì” talmente basso da non poter essere udito da orecchio
    umano. In un’immaginaria tastiera di pianoforte lunga a piacere la nota
    si trova 57 ottave sotto il “do” centrale. Il suono emesso dal buco
    nero ha una lunghezza d’onda di 36 mila anni luce e con la sua possanza
    scalda la gigantesca nube di gas e polveri che circonda il buco nero.
    La nota celestiale è prodotta, secondo Andy Fabian di Cambridge, autore
    della “osservazione”, dalla tremenda energia liberata dal buco nero che
    increspa i gas che gli fan corona.
    E’ consolante che la scienza moderna torni a parlare di una sorta di
    musica delle sfere, che accompagna l’osservazione dei cieli da qualche
    millennio prima di Cristo. Già Dante nel Paradiso raccoglieva
    un’eredità secolare quando cantava:

    “Quando la rota, che tu sempiterni
    Desiderato, a sé mi fece atteso,
    Con l’armonia che temperi e discerni,
    Parvemi tanto, allor, del cielo acceso
    De la fiamma del sol, che pioggia o fiume
    Lago non fece mai tanto disteso”.
    (Par I, 76-81)

    Questa mistica unione di armonia prodotta dalla “girazione” delle
    sfere celesti con la luce onnispandente si ritrova in Cicerone, che a
    Scipione Aureliano fa ascoltare, durante il sonno, la medesima musica,
    e che gli fa chiedere, stupito:

    “Quid?, hic - inquam - quis est, qui complet aures meas tantus
    et tam dulcis sonus?”. “Hic est - inquit - ille, qui intervallis
    coinunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis,
    impulsu et motu ipsorum orbium efficitur et acuta cum gravibus
    temperans varios aequabiliter concentus efficit; nec enim silentio
    tanti motus incitari possunt, et natura fert, ut extrema ex altera
    parte graviter, ex altera autem acute sonent.
    (Somnium Scipionis)

    “Ma che suono è questo, così intenso e armonioso, che riempie le
    mie orecchie?”. “È il suono”, rispose, “che sull’accordo di intervalli
    regolari, eppure distinti da una razionale proporzione, risulta dalla
    spinta e dal movimento delle orbite stesse e, equilibrando i toni acuti
    con i gravi, crea accordi uniformemente variati; del resto, movimenti
    così grandiosi non potrebbero svolgersi in silenzio e la natura
    richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi l’una, acuti
    l’altra”.

    Anche Keplero, sulla soglia ancora spuria della scienza meccanicistica moderna,
    dà per scontata l’armonia del mondo:
    “Duo sunt, quae nobis harmonias in rebus naturibus patefaciunt, vel lux vel sonus”
    (Harmonice Mundi, liber V caput IV)
    Andando a ritroso le prime testimonianze che attestano l’esistenza di una musica
    celeste risalgono a Pitagora,
    il quale secondo Giamblico era in grado di udire l’armonia
    degli astri come in stato di trance.
    Secondo la teoria pitagorica, la stoffa dell’Universo era composta di
    ritmi, numeri e proporzioni; e considerando che gli intervalli muscali
    quali l’ottava, la quinta, la terza si potevano ottenere facendo
    vibrare corde le cui lunghezze erano frazioni intere della lunghezza
    della nota fondamentale, lo stesso si poteva dire per il cosmo come
    sistema armonico, i cui sette “pianeti” conosciuti (Sole, Luna e i
    cinque pianeti visibili) potevano essere messi in corrispondenza con le
    sette note naturali.
    Affascinato ma non convinto da Pitagora, Aristotele
    spiegava col suo solito sussiego il perché i mortali non possono udire
    la celeste armonia: un suono o un rumore non vengono percepiti se non
    in contrasto con il proprio opposto, il silenzio o meglio l’assenza del
    suono medesimo; dal momento che quello prodotto dalla rotazione delle
    sfere planetarie è un suono che ci è presente sin dalla nascita, non è
    possibile riconoscerlo, in quanto ci manca la percezione del suo
    contrario. Salvo poi Aristotele non credere all’esistenza di questa
    musica, perché “se esistesse un suono prodotto dalla rotazione degli
    astri, sarebbe talmente forte e intenso da distruggere la vita sulla
    Terra, cosa che non è”.
    Comune a tutte queste dottrine è la possibiltà solo per alcuni
    privilegiati di ascoltare la musica delle sfere: lo Scipione
    ciceroniano a patto che sogni, Dante nel suo viaggio oltreterreno, il
    mito di Er della Repubblica di Platone, Pitagora nei suoi estatici
    deliqui intellettuali.
    I moderni la musica del cosmo invece la fotografano con un
    telescopio a raggi X, nelle sembianze di un’increspatura in una nuvola
    di gas e polvere nel remoto ammasso di Perseo. O la ipotizzano, come i
    fisici francesi Marc Lachièze-Rey e Jean-Pierre Luminet,
    nell’infinitamente piccolo delle supercorde.
    fonte: Nature: “Black hole makes deepest-ever note”

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