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    IL FORMAGGIO AVARIATO FINIVA NELLE BUSTE DI GRATTUGIATO

    nelda
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    Messaggio Da nelda il Gio 11 Set 2008, 00:41


    MEGATRUFFA:
    IL FORMAGGIO AVARIATO FINIVA NELLE BUSTE DI GRATTUGIATO


    La Procura di Piacenza continua le indagini di Cremona.
    Coinvolte marche famose come Galbani, Biraghi e Prealpi.
    Alcune di esse smentiscono.

    Ritiravano tonnellate di scarti di formaggio avariato da grandi
    aziende e lo riciclavano in gran parte come formaggio grattugiato, venduto ad
    aziende che lo confezionano in buste dai nomi famosi come Galbani, Ferrai,
    Meneghini, o direttamente al cliente finale come Biraghi o Prealpi. La Biraghi
    nega, con un comunicato stampa, di essere coinvolta nelle indagini. Lo stesso fa
    la Galbani, mentre la Granarolo, chiamata in causa in maniera indiretta, con una
    lettera a Repubblica precisa di aver "sempre fornito a Delia S.p.A., società in
    possesso delle prescritte autorizzazioni, nell'ambito di regolare rapporto
    contrattuale, prodotti con caratteristiche e qualità assolutamente idonee, oltre
    che conformi alla normativa vigente per l'alimentazione umana, al solo fine
    della successiva trasformazione industriale. Tali prodotti - continua la lettera
    - erano sempre in regola con le date di scadenza, in corretto stato di
    conservazione ed in regolari condizioni igienico sanitarie". La Granarola, a
    tesimonianza della sua buona fede, assicura di non essere stata neppure
    ascoltata dai magistrtai inquirenti.
    Tocca a loro, comunque, dire l'ultima parola e separare i buoni dai cattivi,
    in questa orribile vicenda che ha abusato della fiducia dei consumatori.

    Inchiesta sconvolgente
    E’ sconvolgente, comunque, la seconda tranche dell’inchiesta sullo “spaccio”
    dei formaggi avariati, iniziata due anni fa a Cremona e continuata ora dai
    magistrati di Piacenza e dal Pm piacentino Antonio Colonna, riportata stamattina
    da alcune anticipazioni del quotidiano la Repubblica e di Rainews 24. Ma
    dell’inchiesta di Cremona si era, a suo tempo, occupato con dovizia di
    particolari anche il settimanale Il Salvagente (vedi articolo allegato).

    Tutto ruota intorno a Delia

    La novità dopo la prima tranche
    dello scandalo sui formaggi adulterati che ha scosso l’industria alimentare
    italiana, è tutta nell’ultimo nome che emerge dalle carte della guardia di
    Finanza di Cremona. La Delia Spa, ditta specializzata nella produzione e
    commercializzazione di prodotti a base di latte destinati all’industria
    alimentare e lattiero casearia, con sede a Monticelli d’Ongina (Piacenza).

    Sarebbe proprio la Delia, il pezzo finale dell’inchiesta di Cremona che
    già all’inizio di luglio aveva portato alla luce un traffico sconcertante:
    11mila tonnellate di formaggi andati a male ma venduti in totale spregio della
    legge e della salute dei consumatori.

    Alimenti (difficile davvero
    chiamarli così) che contenevano di tutto: vermi, escrementi di topi, pezzi di
    ferro, residui di plastica tritata, muffe, inchiostro. Questi scarti da
    smaltire, destinati a uso zootecnico, diventavano invece fette per toast,
    formaggio fuso, mozzarelle, formaggio grattugiato, provola, stracchino,
    gorgonzola, e finivano nei supermercati italiani e europei.

    Filiali dalla Spagna al Regno Unito

    Un pezzo da 90, la Delia, con filiali sparse
    dalla Spagna al Regno Unito che, secondo gli inquirenti, si occupava di
    triangolare e riciclare il formaggio avariato della Tradel e della Megal (le
    aziende di proprietà di Domenico Russo chiuse dalla guardia di finanza nel
    giugno 2007) di cui figurava come cliente e fornitore. E tra i fornitori della
    Delia, c’erano big del calibro di Kraft e Granarolo.

    Collegamento con le due aziende finite nella rete degli inquirenti Alberto Aiani,
    imprenditore molto noto a Cremona, originario di Partitico, in Sicilia,
    proprio come Domenico Russo.

    È lui il proprietario della Delia, l’azienda presso la quale i
    finanzieri hanno sequestrato 80 tonnellate di prodotti scaduti. Nella sua
    azienda, tra l’altro, sono stati trovati due timbri sanitari della Asl lasciati
    da un veterinario conniventi (Luciano Dall’Oglio) che risulta indagato e sul cui
    carico pesano alcune intercettazioni che dimostrerebbero la connivenza del
    funzionario che teneva rapporti con il direttore della fabbrica (Francesco
    Marinosci ex comandante della stazione dei carabinieri di Casalbuttano (il paese
    dove aveva sede la Tradel).

    Ancora in piena attività

    La cosa preoccupante, secondo l’inchiesta di Repubblica e Rainews 24,
    è che la Delia è ancora in piena attività.
    Nessun provvedimento cautelare è stato emesso nei
    confronti della ditta o dei suoi proprietari o, ancora del veterinario
    compiacente, dato che il Gip ha stralciato questa parte delle indagini per
    trasferirla al procuratore di Piacenza Antonio Colonna (per competenza).
    E per tutto agosto non è stata presa nessuna misura.

    LA PRIMA TRANCHE: L'INCHIESTA DI CREMONA
    Lorenzo Misuraca


    Sullo scandalo dei formaggi avariati di Cremona, che all’inizio
    di luglio è finito su tutti i giornali, non tutto è stato detto. A cominciare
    dai nomi dei prodotti sospetti ritrovati sugli scaffali di negozi e
    supermercati. Le foto e i video della Guardia di Finanza, ripresi da
    “Repubblica” e da Rainews 24, mostravano prodotti caseari totalmente ricoperti
    da muffe, escrementi di topi, frammenti di plastica, all’interno di un’azienda
    di trasformazione a Casalbuttano, vicino a Cremona. Ai consumatori scioccati è
    stato raccontato nei dettagli il meccanismo con cui la Tradel e la Megal (le due
    aziende di Domenico Russo, chiuse nel giugno 2007) riciclavano formaggio andato
    a male per rimetterlo in commercio, invece di smaltirlo o destinarlo agli
    animali. Sono venuti fuori i nomi delle grosse ditte che mandavano il materiale
    scaduto alla Tradel (con qualche sbaglio, come nel caso della Granarolo,
    erroneamente inserita nella lista delle aziende coinvolte). Ma sulla
    destinazione finale di quei prodotti, pericolosi per la salute dei consumatori,
    nemmeno una parola.
    Un silenzio imbarazzante che non ci ha convinti. E che
    ci ha spinti a lavorare ancora su uno scandalo dai troppi lati oscuri. A partire
    dal ruolo di molte grandi industrie italiane.

    Elenco da brividi

    Andiamo con ordine. Il prodotto avariato, una volta “ripulito”, veniva
    venduto al cliente finale, che lo metteva in commercio come formaggio fuso,
    simile alle sottilette, e come gran mix, confezioni di formaggio grattugiato. In
    alcuni casi, addirittura, i prodotti venivano lavorati senza fusione o
    pastorizzazione, e quindi senza alcuna sanificazione, con tutto il carico di
    potenziali rischi per chi li avrebbe consumati. Come se non bastasse, a volte un
    prodotto, se invenduto o scaduto, veniva rimandato alla Tradel che lo riciclava
    per la seconda volta.
    Ma chi sono questi “clienti finali” che poi piazzavano
    i prodotti nei supermercati? Sono 27 le ditte principali, di cui 14 straniere,
    tra olandesi, francesi, austriache, spagnole, belghe e tedesche. Va chiarito che
    questi clienti finali erano inconsapevoli dell’origine del materiale caseario
    acquistato da Russo. Sarebbero, insomma, state truffate, anche se nei loro
    confronti è lecito ipotizzare per lo meno una superficialità di controlli,
    almeno per i casi in cui i formaggi arrivavano ancora col loro carico di tossine
    e muffe.
    Tra i clienti italiani, che non risultano tra i fornitori, ci sarebbero:
    Prealpi Spa di Varese (che produce formaggi freschi, burro e mix di
    formaggi grattugiati a proprio marchio), Dalì Spa di Treviso (produttrice dei
    tortellini Dalì), Emilio Mauri Spa di Lecco (con i formaggi freschi e stagionati
    a marchio Mauri), e Integrus Srl di Treviso (che produce crespelle al prosciutto
    e formaggio, con marchio proprio).
    C’è poi l’elenco delle aziende sia
    fornitrici che clienti della Tradel. Tra queste ultime la Lactalis (che in
    Italia commercializza formaggi Galbani, President, Invernizzi, Locatelli,
    Cademartori), Fallini Formaggi Srl di Reggio Emilia (che produce formaggi
    grattugiati con i marchi Fallini, Casa Emilia, Italiana Formaggi, Real Parma e
    Margaldo), e Sic.Al di Partinico.
    Purtroppo l’elenco non si esaurisce qui:
    continua con i fornitori della Tradel: Brescialat, Caseificio Castellan Urbano,
    Euroformaggi, Industria casearia Ferrari Giovanni, Frescolat, Giovanni Colombo
    Spa, Igor Srl, Industria agricola casearia Meneghini, Venchiarini società
    cooperativa, e Centrale del latte di Firenze, Pistoia, Livorno. Su quest’ultima,
    in particolare, gli inquirenti hanno trovato documentazione che testimonierebbe
    un atteggiamento “disinvolto”. La ditta, infatti, avrebbe inviato alla Tradel
    prodotti scaduti già da due mesi, in evidente stato di fermentazione.

    Smaltiti... in tavola

    Alla Galbani, gli inquirenti dedicano un
    capitolo a parte. Quello della Egidio Galbani Spa è stato uno dei primi nomi a
    finire sui giornali come possibile corresponsabile della frode al cui centro
    stava Domenico Russo. Coinvolte nelle indagini sono infatti due aziende della
    Lactalis Italia Spa: la Egidio Galbani e la Big Srl. La Galbani vendeva a Tradel
    prodotti semilavorati, per lo più scarti di produzione e residui di lavorazione.
    La Big forniva prodotti confezionati, invenduti o ritirati dal mercato perché
    scaduti o per problemi qualitativi o d’imballaggio. L’azienda ha smentito
    prontamente qualsiasi coinvolgimento nell’inchiesta e lo fa anche
    nell’intervista del suo amministratore delegato che compare in queste pagine.
    Dall’inchiesta, però, emergono aspetti inquietanti a carico di alcuni suoi
    dipendenti.
    Due fatti, per esempio, sono documentati attraverso riscontri
    documentali e intercettazioni. Il primo dimostra come diversi prodotti, inviati
    nel 2004 e 2005 da Galbani a Tradel con etichetta cagliata a uso zootecnico, e
    dunque non utilizzabili per produrre formaggi destinati all’uomo, nel 2006
    vengono inviati con lo stesso codice, ma con una dicitura generica, “cagliata”,
    che permette l’impiego del materiale anche per trasformazione alimentare. Un
    errore? Le ipotesi degli inquirenti non sembrano avvalorare questa sensazione e
    si basano su alcune mail di richiesta esplicita di cambio di etichetta,
    circolate in azienda.
    Non solo. A carico della Galbani c’è l’invio di croste
    di gorgonzola rinominate come “residuo di produzione lattiero casearia per
    trasformazione”. Già nel 2002, infatti, il disciplinare relativo al formaggio
    gorgonzola Dop stabiliva che la crosta non può essere destinata a prodotti
    commestibili, perché potenzialmente portatrice del batterio listeria, in grado
    di causare meningite in soggetti immunodepressi. Deve dunque essere smaltita, ma
    non può essere riciclata neppure per mangimi animali. Eppure, dai documenti
    acquisiti dagli inquirenti risultano arrivate alla Tradel decine di tonnellate
    di croste di gorgonzola, rinominate per aggirare l’obbligo di smaltimento.


    Dal settimanale "Il Salvagente", luglio
    2008


      La data/ora di oggi è Gio 22 Ago 2019, 00:04