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    L’INDIA È SEMPRE PIÙ ANTICA

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    nelda

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    L’INDIA È SEMPRE PIÙ ANTICA

    Messaggio Da nelda il Lun 06 Ott 2008, 22:17

    LA SCIENZA RIVELA NUOVE SCOPERTE SUGLI ESORDI DELLA CIVILTÀ INDIANA

    Il numero di giugno 2008 della prestigiosa rivista Science (la più
    accreditata pubblicazione scientifica, riconosciuta dalla scienza ufficiale
    come suo organo competente e pienamente attendibile) contiene un articolo
    intitolato “Unmasking the Indus”, curato da Andrew Lawler, di ben dieci
    pagine (vol. 320, pagg. 1276-1285).

    In esso si afferma che l’opinione scientifica in merito alla civiltà
    dell’Indo-Sarasvati — in relazione alle altre due grandi civiltà antiche sue
    contemporanee (la mesopotamica e l’egiziana) — è mutata radicalmente in
    questi ultimissimi anni e sarà destinata a mutare ancora grazie alle
    scoperte più recenti e alle ricerche ancora in corso, obbligando il mondo
    scientifico ufficiale a una attenta e importantissima riconsiderazione.

    Tutto parte dalla presa di coscienza del fatto che la civiltà indiana
    rappresenta il centro di una vera e propria «fucina commerciale e tecnlogica
    già nel terzo millennio a.C.». Di conseguenza, una nuova conoscenza e
    comprensione della civiltà dell’Indo-Sarasvati sta per emergere, che
    potrebbe condurre addirittura alla scoperta delle radici dell’attuale
    civiltà umana (convinzione che, teniamo a sottolinearlo, Tommaso Iorco
    sostiene nel libro DAI VEDA A KALKI, pubblicato nel 2003 — cinque anni prima
    delle clamorose rivelazioni di Science — da aria nuova edizioni).

    L’importanza di queste affermazioni merita tutta la nostra attenzione: è la
    prima volta che il mondo scientifico pronuncia una ammissione di queste
    proporzioni nei confronti della storia dell’India dei primordi. Ciò è potuto
    avvenire — sostiene lo stesso articolo — a causa di importanti scoperte
    archeologiche (destinate a ampliarsi ulteriormente nell’immediato futuro)
    probanti e non suscettibili a fraintendimenti.

    Come ben sappiamo, l’archeologia, diversamente dall’attuale linguistica, è
    una scienza esatta, le cui fondamenta sono solidamente stabilite da
    parecchio tempo. E le conoscenze archeologiche non sono soltanto in
    espansione, ma stanno cambiando la mentalità e l’attitudine dei ricercatori
    stessi. Questo, sicuramente, anche grazie alla caduta di alcune barriere
    culturali (sciovinismo e pregiudizi eretti a dogmi) che un secolo fa
    sembravano insormontabili e indiscutibili.

    L’articolo si apre constatando l’esistenza di diversi reperti archeologici
    dell’antico Egitto (piramidi, templi, mummie, ecc.) e dell’antica
    Mesopotamia (la superba epopea di Gilgamesh, oltre a tombe e altri reperti),
    in grado di permettere una sufficiente valutazione della complessità delle
    rispettive culture e la loro datazione. Ma non si era ancora data la giusta
    importanza ai reperti emersi dagli scavi compiuti in India (e tuttora in
    corso). Finché, in tempi recentissimi, le ricerche archeologiche compiute
    nella zona di confine fra India e Pakistan ha permesso una svolta radicale
    alle ricerche e alle considerazioni da esse derivate. Al punto da
    riconoscere che non soltanto l’India antica va posta in una posizione
    culturale assolutamente paritaria all’antichità dell’Egitto e della
    Mesopotamia del terzo millennio a.C., ma addirittura se ne riconosce la
    superiorità, per vastità di area e popolazione coinvolta, per conoscenze
    ingegneristiche e tecnologiche e, non da ultimo, per capacità di espansione
    e diffusione del proprio raffinato grando di civiltà in altre aree della
    terra (in Afghanistan e in Iraq le prove sono particolarmente numerose) e,
    ancora, per la duttilità della sua cultura, capace di adattarsi alle varie
    situazioni dando vita a una grande varietà di differenziazioni. «Questa idea
    che la cultura hindu fosse un blocco monolotico è una totale assurdità;
    esiste una enorme quantità di variazioni», efferma l’archeologo Louis Flan,
    dell’università di New York, che ha operato in Pakistan per diversi anni.

    Di grande rilevanza anche la recente datazione dei vari siti (anche di
    quelli studiati fin dalla prima metà del Novecento), che impone di arretrare
    notevolmente la loro epoca: sempre secondo la rivista Science, la città di
    Harappa potrebbe essere di mille anni più vecchia di quanto finora supposto,
    mentre per Mohenjo Daro occorre retrodatare in modo assai più sensibile!

    Purtroppo, nell’area in questione, alcuni problemi politici impediscono un
    pieno e fruttuoso interscambio fra gli studiosi. Come l’autore dell’articolo
    osserva, «ottenere una nuova immagine complessiva è ostacolato dai contrasti
    esistenti fra India e Pakistan. Molti archeologi stranieri si tengono
    lontani dal Pakistan a causa della sua instabilità politica, mentre il
    governo indiano tende a scoraggiare le collaborazioni con team di archeologi
    europei e americani, proprio a causa delle manipolazioni che nel passato gli
    studiosi occidentali hanno compiuto ai danni dell’India, per motivi
    colonialistici e interessi economici vari.

    Una guerra fredda virutale rende i due paesi divisi e impedisce agli
    scienziati dei relativi paesi di scambiarsi le conoscenze e ai siti di
    essere accessibili a tutti gli studiosi. L’articolo riporta a titolo di
    esempio le traversie di due archeologi, Farzand Masih della Panjab
    University, Lahore, occupato nelle operazioni di scavi a Ganweriwala, in
    Pakistan, e Vasant Shinde del Deccan College (a Puna), impegnato a Farmana,
    in India, operanti ad appena 200 chilometri di distanza l’uno dall’altro ma
    impossibilitati a cooperare fra loro a causa dei contrasti politici
    esistenti fra i due paesi.

    Una delle novità più sconvolgenti è rappresentata dalla scoperta, compiuta
    da un gruppo di ricercatori francesi, del sito di Mehrgar che, citando
    ancora l’articolo, «risale al 7000 a.C., posto fra le colline del
    Beluchistan sulla zona occidentale della vallata dell’Indo», in una zona ora
    desertica che gli studiosi ritenevano fosse sempre stata sostanzialmente
    disabitata (mentre, fra l’altro, centinaia di altri siti più piccoli stanno
    emergendo dagli scavi). Questa città è la dimostrazione probante del fatto
    che la civiltà indiana si è formata in modo indigeno e che non è avvenuta
    alcuna invasione di popoli bianchi civilizzatori, come per secoli gli
    indologi ci avevano invece abituato a credere.

    Ancora una volta il libro Dai Veda a Kalki dimostra di poggiare le proprie
    argomentazioni su fatti concreti e non su dubbie congetture. Tommaso Iorco
    aveva già avuto modo di esaminare attentamente parecchio materiale
    attestante le ricerche archeologiche compiute negli ultimi trent’anni del XX
    secolo e ha voluto offrine in anticipo le rivoluzionarie scoperte contenute
    nel suo libro.

    «Gli esseri umani hanno vissuto su queste pianure e non soltanto sui rilievi
    del Beluchistan, per diversi millenni precedentemente l’ascesa della civiltà
    dell’Indo», afferma l’archeologo Qasid Mallah dell’università di Shah Abdul
    Latif in Khairpur. Infatti, prima della cosiddetta civiltà dell’Indo
    esisteva in India una civiltà detta ‘Sarasvati’ (si veda, nel citato
    libroDai Veda a Kalki, la descrizione dei tale distinzione).

    Ovviamente restano parecchi misteri da svelare, in particolare di ordine
    linguistico, tuttavia vi è una sostanziale differenza rispetto alle
    concezioni sostenute dagli indologi: mentre fino alla prima metà del
    ventesimo secolo la civiltà antica indiana si limitava ai due siti di
    Mohenjo Daro e di Harappa (entrambe localizzate nei pressi dell’Indo),
    adesso sono stati rinvenuti un migliaio di altri siti, di cui almeno cinque
    hanno dimensioni simili o addirittura superiori ai due più noti. E questi
    siti rivelano fra l’altro nuove sfaccettature della vita dei primi abitatori
    dell’India, incluse distinzioni gerarchiche e differenze regionali che
    attestano una sostanziale unità culturale ma non una rigida
    irregimentazione: il principio ispiratore pare sia sempre stato quello di
    favorire l’unità attraverso il rispetto delle diversità. Gli studiosi sono
    affascinati dal sistema organico e vivo di cooperazione esistente nella
    struttura sociale dell’India antica, anche nel caso della fondazione dei
    grandi imperi. Inoltre, gli scavi archeologici non hanno riscontrato alcun
    reperto di armi o di sistemi difensivi. E nemmeno sculture di sovrani: solo
    soggetti sacri; le personalità effimere non erano considerate degne di
    essere scolpite, così come gli stessi nomi degli artisti non venivano
    ricordati, né sulle sculture, in conformità con la filosofia indiana, per
    cui l’ego deve essere abbandonato. È anche interessante notare quanto i
    sovrani dell’India più antica rispettassero ogni forma di credenza. Per
    esempio, dai regni del secondo secolo a.C. e fino al 5 secolo d.C., l’arte
    buddhista venne realizzata sotto le dinastie hindu, con il benestare dei
    sovrani, sebbene essi non fossero buddhisti. Oppure, poteva capitare che un
    re adorava Shiva o Vishnu, mentre la regina sua mogie fosse devota di Buddha
    o di Mahavita o di una divinità diversa da quella scelta dal marito.

    Un altro aspetto particolarmente interessante dell’articolo riguarda il
    commercio internazionale. Le evidenze accumulate nel corso delle ultime
    ricerche testimoniano una ricchissima attività di commercio al di fuori
    dell’area in questione, verso l’Asia centrale, l’Iraq, l’Afghanistan, fin
    dai tempi più remoti. Piccoli oggetti facilmente trasportabili, come collane
    e vasellame, sono stati rinvenuti lungo l’intero territorio iraniano e,
    oltreoceano, in Mesopotamia. Tali da dimostrare in modo incontrovertibile
    legami culturali che l’India intratteneva da tempi antichissimi con
    l’attuale Iran (ovvero l’antica Persia) e con la Mesopotamia. «Questi uomini
    erano grandi viaggiatori, non vi è ombra di dubbio», aggiunge il prof.
    Gregory Possehl, dell’università di Pennsylvania, che ha rinvenuto vasellame
    del Gujarat in un sito a Oman. Mentre l’archeologo Nilofer Shaikh,
    vicerettore dellaLatif University, si spinge oltre ancora, azzardando
    l’ipotesi secondo cui «gli abitatori dell’antica India controllavano il
    commercio. Detenevano il controllo delle cave, delle principali vie di
    comunicazione e conoscevano molto bene la posizione geografica dei vari
    mercati». Questa convinzione gli deriva dal fatto che la quantità di
    ritrovamenti di manufatti indiani in Mesopotamia sono in misura
    straordinariamente superiore agli oggetti di fabbricazione mesopotamica
    ritrovati nei siti indiani.

    L’articolo di Science ammette che, in tutta evidenza, vi erano mercanti e
    diplomatici che vivevano stabilmente all’estero, mentre vi era un certo
    numero di viaggatori che andava e veniva, facendo da spola. Fra gli esempi
    in tal senso forniti dalla rivista, viene citata una iscrizione mesopotamica
    risalente al III millennio a.C. in cui si fa riferimento a un certo
    Shu-ilishu, un interprete proveniente da Meluhha (ovvero dall’India), che il
    prof. Wright della New York Universitydocumenta nel suo nuovo libro, in
    corso di stampa. Vi sono inoltre prove di un villaggio di mercanti indiani
    nell’Iraq meridionale risalente a un’epoca oscillante fra il 2114 e il 2004
    a.C.

    L’articolo si sofferma infine su come la politica e la religione cerchino
    talvolta di minare le basi scientifiche di tali scoperte, sollevando una
    serie di problematiche discusse piuttosto regolarmente presso il Parlamento
    e presso i tribunali della Corte Suprema dell’India. Da segnalare anche le
    bande di ladri che cercano di trafugare tesori da tali siti per venderli a
    ricchi collezionisti privi di scrupoli.

    L’articolo di Science offre molte altre informazioni. Consigliamo vivamente
    la lettura dell’articolo originale a chi è in grado di farlo, oltre a
    rimandare alle recensioni, alle informazioni, agli estratti riguardanti il
    libro Dai Veda a Kalki più volte citato e contenute in questo stesso sito —
    basta cliccare sul seguente link:

    <http://www.arianuova.org/arianuova.it/arianuova.it/Components/Italiano/A15-
    VedaKalki.html>
    DAI VEDA A KALKI

      La data/ora di oggi è Sab 26 Mag 2018, 14:43