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    “L’ALBERO DEL GIARDINO AD ORIENTE ” Qabbalah * (1 parte)

    nelda
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    Messaggio Da nelda il Dom 12 Ott 2008, 22:59

    Ha più essere di ogni altro essere nel mondo,
    ma poiché è semplice, e tutte le altre cose semplici sono complesse se
    paragonate alla sua semplicità, in confronto è chiamato “nulla”

    David b. Abraham ha Lavan
    (Masoreth ha Berit)


    CONSIDERAZIONI INIZIALI

    La Qabbalah implica la restaurazione con il
    mondo del mito e con la dimensione onirica dell’essere. Dimensione onirica
    perché una delle porte d’accesso, o se si vuole di irruzione della sfera del
    mito nella nostra esistenza è il sognare o, comunque, stati di coscienza che
    sono porte che consentono un dialogo con le dimensioni sottili dell’essere. Lo
    Scholem sulla base del ritrovamento del manoscritto di una sorta di diario
    mistico di Rabby Mordekay Ashkenazi ( Furth 1701 ) ha potuto dimostrare come il
    suo libro ’Eshel Avraham è stato redatto sulla base di rivelazioni avute in
    sogno. Un’altro esempio è MenaCHnem Recanati che essendo di corto intelletto
    moltiplicava le pratiche ascetiche affinchè il cielo aprisse il suo cuore e la
    mente, un giorno, in sinanagoga, nemtre pregava si addormentò ed ecco gli
    apparve un uomo che lo svegliò e gli diede da bere dell’acqua mentre beveva di
    quell’acqua l’uomo scomparve. MenaCHmen si recò quindi a studiare e scoprì che
    si era trasformato in un’altro uomo e che il suo intelletto era chiaro e terso.
    La Qabbalah tende a rettificare la tranquillizzante spiegazione della realtà
    partorita, in occidente, da una mente razionale-empirica che in sè stessa trova
    la sua misura. Restaura (Tikkun) una continuità fra gli stati di esistenza
    iperfisici, relegati dalla visione scientista della vita alle terre del mito, al
    sogno, in ultima analisi alla sfera del fantasticare, e la sfera della coscienza
    di veglia. In tal modo schiude l’occhio della intuizione spirituale a una
    visione a cui si ha accesso a contatti con gli abitanti e le regioni delle terre
    del mito, una visione però che può essere terrifica e inquietante in quanto
    distruttiva del paradigma interpretativo del reale attualmente dominante. La
    dimensione adamitica, precaduta, secondo alcuni, consiste proprio nella custodia
    da parte di Adam dell’unità del mondo delle sephiroth ovvero dell’unità delle
    sfere del reale. Adamo invece di custodire l’unitarietà del reale espressa dalla
    radice in comune dell’albero della vita e della conoscenza operò una scissura
    onorando esclusivamente la Shekinà, ovvero la periferia del cosmo vita. Questa
    scissura fra la Shekinà e il resto dell’albero della vita vien detta esilio
    della Shekinah. Suturare, però, la sfera della coscienza di veglia con la sfera
    dei mondi sottili o iperfisici non è l’unico scopo della Qabbalah. Se la
    coscienza di veglia e l’analisi di essa, ad opera della mente empirica, porta a
    una indefinita espansione dello scibile che si esprime in paradigmi che vengono,
    man mano che questa indefinita crescita si attualizza, sostituiti da altri
    reputati più prossimi a una realtà che, per sua natura, non può essere
    cristallizzata perché in perenne divenire, la conoscenza della sfera sottile
    dell’esistenza è ancor più sfuggente e indefinita di quella di veglia. La
    Qabbalah non è solamente un sentiero, un paradigma conoscitivo, che ci concede
    di approcciarci alla conoscenza del divenire nella sua totalità di stati
    grossolani e sottili dell’esistenza. La Qabbalah è, cognitio Dei experimentalis,
    e oltre a ricercare il Dio celato nella manifestazione, nella creazione, postula
    un Deus absconditus, un Ente che è totalmente altrove e altro, insomma la
    Qabbalah conosce l’Infinito per eccellenza, l’Assoluto metafisico, l’Ain Soph
    Aur, Luce senza fine, che, proprio perché pertinente alla metafisica, cioè a ciò
    che trascende la materia, in qualsiasi forma essa possa sussistere, trascende
    l’intero cosmo ed è il Mistero dei misteri.


    La conoscenza del mondo empirico e di quello
    sottile non ci può dare vera pace e compiutezza. Se la conoscenza fosse solo
    qualcosa che noi possiamo acquisire apprendendo saremmo condannati a ricercare
    qualcosa che il mondo nella sua interezza non potrebbe mai darci, saremmo
    condannati ad approssimarci perennemente al vero. La Qabbalah, come la Gnosi,
    come lo Yoga svela un sentiero che porta alla sperimentazione di uno stato in
    cui conoscenza e coscienza coincidono e quindi uno stato in cui essere e per ciò
    stesso conoscere, uno stato in cui la conoscenza non è conoscenza di un dato
    evanescente, sempre mutevole, ma è conoscenza di sé stesso, conoscenza della
    propria perenne natura essenziale. Solo questa conoscenza di sé, che diviene
    conoscenza di Dio, può dare vera pace e compiutezza.… la conoscenza del proprio
    io..., scrive lo Scholem … viene indicata senz’altro come una delle vie più
    sicure verso Dio, che appunto si manifesta nel profondo dell’io, per usare
    proprio una locuzione preferita specialmente dai neoplatonici (Gershom Scholem
    Le grandi correnti della mistica ebraica, il Saggiatore).


    IL MONDO DELLE SEPHIROTH

    "Io sono colui che ha piantato questo albero,
    affinchè tutto il mondo ne tragga diletto; ho fissato tutto in esso, e l’ho
    chiamato tutto, giacchè da esso tutto dipende e da esso tutto deriva (Sepher
    Bahir)".


    Che cosa è un piano esistenziale? E’ semplicemente un piano della
    manifestazione che sotto un certo punto di vista ci
    pare omogeneo, possiamo dire un regno della natura, natura non intesa
    semplicemente come sfera della materia sensibilmente percettibile.


    La prima divisione nella sinergia della manifestazione è quella che
    rigurarda il sensibilmente percettibile rispetto
    alla nostra interiorità. I nostri cinque sensi offrono tale divisione
    naturalmente. Ciò che è sensibilmente percettibile, cioè ciò che è visto, udito,
    sentito, toccato, annusato e assaggiato la sinergia di queste sensazioni è il
    mondo, o sfera grossolana, secondo il linguaggio della Qabbalah Malkuth. Nella
    sfera del sensibilmente percettibile possiamo fare delle ulteriori
    classificazioni ... possiamo procedere a delle distinzioni basate su particolari
    punti di vista. Possiamo distinguere il regno animale, il vegetale e quello
    degli elementi ... poi a qualcuno magari viene in mente che è bene distinguere
    anche il regno umano.


    Immediatamente contrapposto al regno del sensibilmente percettibile
    c’è la nostra spazialità psichica ... la sfera della
    materia sottile, sottile perchè non è percepibile con i sensi grossolani quelli
    cioè con cui percepiamo la sfera di veglia. Un pensiero, un sogno non sono
    percettibili con gli organi di senso ma non sono un inesistente, come le corna
    della lepre o il figlio di una donna sterile. La dimensione sottile
    dell’esistenza non è omogenea ... Prendiamo i pensieri .. i pensieri sono fatti
    di parole ma anche da immagini e poi c’è la gamma delle sensazioni ... il
    pensiero può essere di natura razionale o intuitiva, anche le immagini possono
    sorgere come una costruzione di tipo razionale o essere di tipo intuitivo.
    Notiamo che il pensiero razionale può essere influenzato dalla sfera delle
    emozioni. Anche il pensiero di tipo intuitivo può essere un eco di una
    sensibilità olistica o invece obbedire a istanze che risiedono nella sfera delle
    emozioni. Se ci piace crederci delle persone etiche diciamo che il pensiero di
    tipo intuitivo è a un livello esistenziale più alto del pensiero analitico e
    quest’ultimo a un livello più alto della sfera delle emozioni. La sfera
    grossolana poi è proprio ... l’estrema periferia del cosmo vita.


    Ma questo è solo un possibile punto di vista
    Qualcuno può obiettare che in realtà è la
    sfera grossolana la sfera più alta in quanto il pensiero intuitivo quello
    analitico e la sfera della emotività sono semplici epifenomeni della sfera di
    veglia o grossolana e sussistono fino a quando essa sussiste.


    E’ scritto nel Sepher Yetzirah:

    "La loro misura è dieci ma sono infinite, la
    loro fine è fissata nel loro inizio e il loro inizio nella loro fine, come la
    fiamma è unita al tizzone. Devi sapere, calcolare, immaginare :il Signore è
    unico e Colui che forma è uno e non ha secondo. E prima dell’uno, cosa conti?

    "Dieci sefiroth senza determinazione: frena il tuo cuore si che non pensi, la tua bocca
    si che non parli; e se il tuo cuore corre via, che ritorni là donde era partito"

    Tutti i cabbalisti sono
    concordi nel ritenere la via mistica verso Dio come l’inverso della via per la
    quale procediamo da Dio. Chi conosce le tappe della via attraverso la quale si é
    realizzata la creazione, conosce per ciò stesso anche le tappe del suo ritorno
    alle radici di tutto l’essere. In tal senso il Ma’ase Bereshith (opera della
    creazione) - la dottrina esoterica della creazione - costituiva da tempo
    immemorabiile un capitolo fondamentale nelle concenzioni dei mistici ebrei. A
    questo riguardo la Qabbalah si avvicina moltissimo al pensiero neoplatonico, del
    quale giustamente é stato detto che in esso progresso e ritorno insieme
    significano un unico movimento, la Diastolé-Sistolé, che compone la vita
    dell’universo. È parimenti questo l’intendimento dei Qabbalisti (Scholem op).

    Ecco dunque che il simbolo principale della
    Qabbalah l’Etz CHayyim, l’Albero della vita, non esprime altro che il
    micro-macrocosmo e per ciò stesso il sentiero che dal punto principiale,
    noumenico conduce all’estrema periferia del cosmo vita e dall’estrema periferia
    del cosmo vita riconduce alla sua sorgente.
    L’Albero sephirotico rappresenta un mandala, un simbolo in cui sono compendiate
    le indefinire possibilità espressive del micromacrocosmo. L’esatta sua lettura svela,
    quindi il significato del mondo dei nomi e delle forme, la comprensione delle energie
    grossolane e sottili, e la possibilità di captarle. Può essere meditato a
    livello metafisico, ontologico, teurgico e psicologico. Essendo un mandala
    completo contiene la Realtà noumenica ( Raphael La Via del Fuoco secondo la
    Qabbalah, Vidya) .


    Già da queste prime battute si potrebbe intuire quel che il glifo simboleggia
    l’uomo, innanzi tutto, e la conoscenza mistica del cosmo.
    Ma il Glifo non è che una realtà di tipo transeunte, un uomo,
    una stella, un universo hanno un principio, una durata e una fine, sono sempre
    dati relativi. L’Etz CHayyim è una realtà peritura, ciò che è immutabile,
    eterno, senza fine, Ain Soph, è oltre l’albero della vita, anche se, paradosso,
    l’albero della vita è pervaso ed è immerso nella Luce senza fine di Dio.

    Le volgarizzazioni, meglio i fraintendimenti, di essa ad opera di un certo
    occultismo fanno sembrare che la Qabbalah sia una
    sorta di insieme di corrispondenze armoniche, sistematizzate intorno al glifo
    dell’albero della vita, che diverrebbe in tal modo una sorta di artificio
    mnemotecnico per classificare le relazioni analogiche fra le cose.


    Una tradizione dice che nel TANAK (sigla
    mnemonica di Torah, Legge, Nabim, Profeti, ve, e, Ketubim, agiografi) non si fa
    menzione dell’ Ain Soph Aur ovvero nel canone biblico si parla solo del
    manifesto, del cosmo, mentre per la visione metafisica occorre far capo alla
    Qabbalah. Questo troverebbe riscontro in una lettura Qabbalistica di Genesi

    1.1. be reshit barah Elohim et ha shamaim ve et ha arets.

    La lettura tradizionale da alla particella "be" un valore
    temporale e quindi si ha la lettura "al principio" in quanto reshit, che
    appartiene alla radice r’sh -testa, principio, inizio, primo, ha un senso di
    inizio, di principio delle cose ... Secondo una lettura ... più riservata, a be
    vien dato il valore strumentale e quindi la lettura diventa: Con reshit creò
    Elohim il cielo e la terra ... Reshit quindi è, secondo questa lettura, Kether
    ... la prima sephira ... appunto il principio e la fine di ogni cosa. Reshit in
    quanto suono o numero fondamentale, alcuni parlano di Uno che contiene in sé i
    molti, è l’Uovo cosmico con cui sia il cielo, stati essenziali, noumenici
    dell’essere, sia la terra, sfera grossolana “son stati fatti”. Esiste una
    immagine mitologica che vede l’uovo cosmico all’atto dello spezzarsi dar luogo,
    la parte “superiore” ai cieli, e la parte “inferiore” alla terra. Comunque sia
    ... il TANAK parla appunto del cielo, della terra e di quel che si situa fra
    essi l’aria ovvero i mondi sottili, cioè parla del manifesto, del dispiegamento
    polare di Reshit, ovvero Kether ... ma non dell’Aformale, dell’Ain Soph Aur
    (cfr. cfr pag 29 Scholem Le grandi correnti della mistica ebraica).


    Devi sapere … che vi è una luce superna, in alto, oltre ogni limite,
    detta En Soph; il nome dimostra che non può essere compresa, con la mente,
    né, affatto con la riflessione. E’ indefinita e distante
    da qualsiasi pensiero, e precede tutte le emanazioni, le creature, le formazioni
    e le realizzazioni: non vi è in essa tempo d’inizio né principio, giacchè è
    sempre esistita e sarà in eterno; non ha né capo né fine. Dall’En Soph derivò
    poi l’essenza del grande lume, detto l’uomo primordiale, più antico di ogni
    altro … In verità in tale emanazione dell’Uomo primordiale, e negli altri mondi
    posti sotto di lui, vi è un capo e una fine; la loro esistenza e la loro
    emanazione hanno un inizio nel tempo, a differenza di quanto avviene per l’En
    soph, come si è già spiegato(‘Etz CHayyim di Chayyim Vital, pag. 564 di Mistica
    Ebraica a cura di Giulio Busi ed Elena Loewenthal Enaudi 1955).


    Nella tradizione Qabbalista si dice che nel
    seno dell’Ain soph Aur emerse Kether. In termini mumerici potremmo dire che
    dallo Zero metafisico emerge l’uno che contiene in sé i molti. Kether è lo stato
    di coscienza indifferenziata in cui il soggetto e l’oggetto di conoscenza
    giacciono in potenza ma non ancora separati. Secondo questa lettura il soggetto
    della frase quindi non sarebbe Elohim ma il Mistico Nulla, l’Ain Soph che
    essendo il più sottile del sottile vien detto Nulla o Non essere.


    Ha più essere di ogni altro essere nel mondo, ma poiché è semplice, e tutte
    le altre cose semplici sono complesse se paragonate alla sua semplicità, in
    confronto è chiamato “nulla” (David b. Abraham ha Lavan, Masoreth ha Berit).


    Elohim quindi diventa dal soggetto della
    frase, secondo la lettura tradizionale, l’oggetto. Elohim vien quindi visto come
    un nome di Dio composto dalle due parole ebraiche Eleh ed Mi. La struttura
    consonantica delle due parole essendo la stessa. Per noi che siamo abituati a
    una parola cristallizata nella forma scritta e alla sua univoca resa la
    polisemia che una lingua a struttura struttura consonantica rende possibile è
    difficilmente comprensibile. Non è possibile qui scendere nei particolari, ma,
    l’ebraico recepisce nella scrittura solo le consonanti quindi il testo ebraico
    può essere letto diversamente a seconda del flusso vocalico che si sovrappone
    alla struttura consonantica. Eleh è un pronome dinostrativo che significa
    "questi, quelle", Mi è un pronome interrogativo che significa "chi?". Ecco come
    questo "processo" che dall’aformale e immanifesto Ain Soph, dall’Uno senza
    secondo conduce alla sfera principiale dell’Uno con secondo trovi il suo
    riferimento nella sacra scrittura, mediante una interpretazione resa possibile
    anche dalla particolare struttura della lingua ebraica.



    segue...

      La data/ora di oggi è Mer 20 Nov 2019, 10:31