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    Come usare meglio l’acqua in casa e in città

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    Come usare meglio l’acqua in casa e in città Empty Come usare meglio l’acqua in casa e in città

    Messaggio Da nelda il Gio 23 Ott 2008, 02:59

    da ed. ambiente italia

    Come usare meglio l’acqua in casa e in città

    Nuvole e sciacquoni

    di
    Giulio Conte

    2008 - pagine: 208 - euro 20,00 - ISBN 978-88-89014-76-9

    stralci dal volume

    Acqua e civiltà
    Prefazione di Alberto Angela
    Un
    nuovo movimento: la sustainable sanitation


    L’acqua è l’“oro blu” del terzo millennio, capace di
    scatenare conflitti come già accade per il petrolio. Non è infinita, e se quasi
    un miliardo di persone non ne ha a sufficienza per soddisfare le necessità
    primarie, nei paesi dell’Occidente sviluppato spesso la si spreca con grande
    indifferenza. La tesi di questo libro è che sia invece possibile ridurre
    notevolmente i consumi idrici domestici e l’inquinamento da essi provocato senza
    per questo rinunciare ai livelli di comfort cui siamo da tempo abituati. Per
    farlo è però necessario innescare una piccola “rivoluzione” che, prima che
    tecnica e politica, è culturale. Chi ha detto che per scaricare un WC si debba
    usare acqua potabile? E perché abbiamo abbandonato la pratica di accumulare e
    riutilizzare le acque piovane? Nuvole e sciacquoni analizza le strategie che
    sono state adottate nei secoli per la gestione domestica e urbana dell’acqua, e
    spiega come oggi è possibile usarla in modo più intelligente.
    Nuvole e
    sciacquoni si concentra sugli usi civili e domestici dell’acqua che, sebbene
    comportino consumi di gran lunga inferiori rispetto a quelli agricoli, sono in
    continua e rapida crescita. L’uso domestico è poi quello che ha bisogno di acque
    di miglior qualità, che diventano sempre più scarse a causa dell’inquinamento
    provocato in larga misura proprio dagli scarichi urbani. È quindi urgente
    rivedere il modello di gestione idrico fin qui applicato. Il libro illustra nel
    dettaglio le soluzioni più semplici e innovative per il risparmio e la migliore
    gestione dell’acqua nelle abitazioni e in città, proponendosi come la prima e
    più completa guida all’uso sostenibile delle risorse idriche.

    Giulio Conte (Roma 1963), biologo, svolge attività di
    consulenza ambientale nel campo della gestione delle acque e delle risorse
    naturali. È socio fondatore dell’Istituto Ambiente Italia, dove è responsabile
    dell’area Risorse Naturali e svolge attività di pianificazione e valutazione
    ambientale. Con la società di ingegneria IRIDRA si occupa di progettazione di
    soluzioni per la gestione sostenibile delle acque e degli scarichi idrici. Ha
    collaborato a diversi progetti internazionali sulla gestione delle acque con
    partner europei e nordafricani. È membro del Comitato Scientifico Nazionale di
    Legambiente, associazione per cui ha coordinato campagne sullo stato delle acque
    interne e costiere (Goletta Verde, Operazione Fiumi). Ha fatto parte della
    Commissione Ministeriale che ha elaborato il testo del Dlgs 152/1999 sulla
    “tutela delle acque dall’inquinamento”. È tra i fondatori del CIRF (Centro
    Italiano per la Riqualificazione Fluviale) di cui è stato presidente dal 1999 al
    2008.
    eventi

    Un nuovo movimento: la sustainable
    sanitation

    Acqua e civiltà
    “Al tempo di cui parliamo, nella città
    regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di
    letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di
    sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le
    stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola
    bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da
    notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di
    solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di
    vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti”. L’incipit
    dello straordinario romanzo di Patrick Süskind, Il profumo, ci restituisce
    un’immagine vivida del livello igienico della Parigi del Settecento. Sono gli
    anni in cui prende forma la civiltà industriale e ha inizio il fenomeno,
    dapprima locale e ormai planetario, dell’“urbanizzazione”: la migrazione degli
    uomini dalla campagna alla città, che ha portato oltre la metà della popolazione
    mondiale a vivere nei centri urbani e ha avuto e ha tutt’ora implicazioni
    importanti per la gestione delle acque.1
    Ma la “fotografia” di Süskind
    descrive anche le epoche precedenti? Proviamo a fare qualche passo indietro.
    Come abbiamo appreso già dalle scuole elementari, agli albori della storia
    l’acqua è stata una delle condizioni essenziali per l’abbandono del nomadismo e
    l’insediamento delle prime civiltà, che trovano luogo lungo il Nilo, l’Eufrate e
    l’Indo. Mentre è noto che gli abitanti di queste regioni cominciarono molto
    anticamente a “gestire” l’acqua per l’agricoltura, in particolare per trarre il
    massimo beneficio dalle piene annuali dei grandi fiumi che rendevano fertili
    quelle terre,2 si sa molto meno di come l’acqua venisse gestita per gli usi
    civili. Virginia Smith, nel suo recente volume sulla storia dell’igiene,3
    sottolinea come nelle classi elevate delle prime civiltà egizie, babilonesi,
    indiane e cinesi, che costituivano una quota rilevante della scarsa popolazione
    urbana del tempo, vi fosse l’abitudine alla toilette, soprattutto femminile: lo
    dimostrerebbe, tra l’altro, l’importanza del mercato dei cosmetici, già fiorente
    in queste aree migliaia di anni prima di Cristo. Non abbiamo però informazioni
    dirette sull’uso dell’acqua e sulle tecniche di smaltimento di escrementi e
    urine nelle prime città del mondo, come le assire Ur e Babilonia e le egizie
    Menfi e Tebe, anche se è molto probabile che diverse pratiche di raccolta e
    gestione delle acque fossero già adottate.
    Dobbiamo andare in Grecia per
    trovare le prime testimonianze certe di uso civile dell’acqua: già dal 1000 a.C.
    era praticata, negli insediamenti greci, la raccolta della pioggia e l’uso di
    sorgenti per l’approvvigionamento civile. Dal VI secolo a.C., vi sono
    testimonianze di sistemi di adduzione, sia sotterranei che sospesi, che
    alimentavano fontane pubbliche in diversi insediamenti greci, tra cui Samo e
    Atene. Nella Roma imperiale, erano attivi 11 acquedotti, in grado di trasportare
    decine di migliaia di metri cubi d’acqua, per i bisogni di una città di oltre un
    milione di abitanti. Naturalmente l’acqua non era distribuita equamente tra la
    popolazione: solo i più ricchi che abitavano le ville e i piani bassi delle
    insulae potevano contare su volumi d’acqua abbondanti e a portata di mano,
    mentre gran parte della città era approvvigionata da fontane pubbliche.4 In
    epoca romana abbiamo anche le prime testimonianze dell’uso di “sanitari” a secco
    o ad acqua corrente; sono famose le “toilet” di Ostia Antica, ma sembra che
    analoghe tecniche fossero in uso in Cina intorno all’anno 0.5 Le prime erano
    latrine a secco su due piani, quello superiore con le “sedute” e quello
    inferiore dove gli escrementi erano accumulati e periodicamente rimossi; le
    seconde, disponibili in genere nelle terme, erano ugualmente su due piani, ma
    quello inferiore era costituito da una canaletta percorsa da acqua corrente.

    Nel nostro immaginario nutrito di cinema e fiction, le città greche e romane
    di oltre 2000 anni fa sono città moderne, pulite e ricche di fontane,
    profondamente diverse dalla Parigi “proto-industriale” descritta da Süskind.
    Questa idea è in parte vera. Non c’è dubbio infatti che, almeno nel mondo
    occidentale, il rapporto dell’uomo con l’acqua fosse migliore all’epoca romana
    che nei secoli successivi, e di conseguenza le città erano con ogni probabilità
    più pulite. A Roma, la pratica – probabilmente molto antica e come vedremo in
    voga per diversi secoli – di sbarazzarsi del contenuto dei vasi da notte
    semplicemente lanciandoli dalla finestra era severamente vietata, ma dobbiamo
    tenere conto che la gestione degli scarichi fisiologici era comunque operata “a
    secco” e nelle zone più povere delle città la situazione igienico-sanitaria non
    doveva essere certo ottimale. Sebbene fossero già state realizzate le prime
    fognature sotterranee, come la Cloaca Maxima a Roma, la cui costruzione data
    addirittura al VII secolo a.C., esse avevano la funzione di drenaggio delle
    acque meteoriche e non di smaltimento degli escrementi: l’idea di utilizzare
    l’acqua per smaltire le deiezioni umane è, per ragioni che vedremo più avanti,
    “modernissima”. La gestione degli escrementi avveniva quindi con procedure
    analoghe a quelle ancora in uso per gli animali (accumulo in concimaia,
    maturazione, utilizzo per la fertilizzazione o, nel caso delle urine che erano
    raccolte separatamente, per l’industria conciaria).

    Un nuovo movimento:
    la sustainable sanitation
    Da una ventina d’anni, esperti di tutto il mondo
    hanno cominciato a riflettere, da un lato, sulle grandi difficoltà incontrate
    nel cercare di ridurre l’inquinamento delle acque – dovuto come abbiamo visto
    anche a problemi di tipo “globale” – dall’altro, sulla necessità di ridurre i
    consumi domestici per liberare risorse idriche da lasciare alla circolazione
    naturale o da destinare ad altri usi. Questa riflessione ha portato alla nascita
    di un “movimento” molto attivo, anche se per il momento confinato nell’universo
    di “tecnici ed esperti” e scarsamente rappresentato in Italia.
    Il più
    significativo atto pubblico di questo movimento è stato realizzato in occasione
    del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, che si tenne a Johannesburg nel
    2002. Poco prima del summit, un ricco “panel” di esperti internazionali26 inviò
    una lettera aperta alla conferenza che chiedeva di sostituire, da tutti i
    documenti ufficiali, il termine sanitation (il termine inglese con cui si
    intende il complesso di soluzioni per la raccolta e il trattamento degli
    scarichi, dalle nostre case al depuratore) con sustainable (o ecological)
    sanitation. Ecco in sintesi i contenuti della lettera:

    “Le tecniche
    convenzionali di sanitation presentano diversi aspetti
    negativi:

    richiedono consumi elevati di acqua;

    sono state sviluppate senza considerare la necessità di
    riequilibrare i cicli biogeochimici, e favorire il riuso dell’acqua e dei
    fertilizzanti contenuti nell’acqua di scarico;

    provocano la commistione di piccoli quantitativi di
    materiale fecale a elevato rischio igienico sanitario con grandi quantità
    d’acqua, contaminando con agenti patogeni i corpi idrici recettori, diffondendo
    il rischio nell’ambiente;

    i sistemi fognari convenzionali (a reti miste) sono
    particolarmente pericolosi in occasione di eventi meteorici intensi, quando
    grandi quantità di acque di scarico non trattate vengono disperse nell’ambiente,
    attraverso gli scolmatori di piena e i bypass degli impianti di depurazione (per
    citare solo uno dei molti problemi gestionali).

    Al contrario le tecniche di sustainable
    sanitation:

    sono progettate per ridurre i consumi idrici (demand side
    management) e riusare acqua e fertilizzanti;

    sono spesso basate sulla separazione alla fonte del
    materiale fecale, per garantire i massimi standard di sicurezza
    igienico-sanitaria ed evitare la contaminazione dei corpi idrici recettori;


    sono flessibili e adattabili alle diverse situazioni
    culturali e socioeconomiche, attraverso il ricorso a tecnologie semplici o
    complesse (high or low tech);

    permettono in modo economico il riuso delle acque,
    separando e trattando in modo differenziato le acque grigie e la frazione delle
    acque domestiche non contaminata da materiale fecale;

    adottano tecnologie applicabili in modo decentrato e
    capaci di essere molto efficaci a costi bassi”.

    Ma che cosa si intende per sustainable (o ecological)
    sanitation? Cercando questi due termini con un motore di ricerca internet, si
    trovano ormai un gran numero di siti interessanti: certamente una delle fonti
    più autorevoli, perché storicamente una delle prime ad affrontare il problema, è
    il progetto “Ecosan”, promosso dal Governo tedesco con il supporto di molti
    altri partner in tutto il mondo.27 Delle soluzioni tecniche promosse
    dall’approccio della sustainable sanitation parleremo diffusamente nei prossimi
    capitoli, ma possiamo tentare una prima spiegazione sintetica con l’ausilio di
    due immagini prodotte dal progetto Ecosan e riviste e tradotte recentemente
    dalla società IRIDRA .


    La gestione convenzionale usa grandi quantità di
    acqua, insieme a fertilizzanti e pesticidi, per irrigare i campi e fornire
    prodotti al mercato alimentare. Altra acqua viene destinata agli usi civili che
    la impiegano nelle nostre case per allontanare gli scarichi (che contengono
    proprio quei fertilizzanti necessari all’agricoltura). Grandi quantità di acqua
    vengono poi raccolte dalle reti fognarie e, nel migliore dei casi, inviate agli
    impianti di depurazione per rimuovere inquinanti e fertilizzanti. Non c’è riuso
    né d’acqua né di fertilizzanti, mentre c’è un forte rischio di contaminazione
    per qualsiasi problema si verifichi nella rete fognaria o nel
    depuratore.

    La sustainable sanitation (o gestione “sostenibile” delle
    acque e degli scarichi) punta invece da un lato a ridurre il più possibile l’uso
    dell’acqua attraverso il risparmio e la raccolta della pioggia, dall’altro a
    riusare il più possibile acqua e i fertilizzanti contenuti nelle acque di
    scarico. Per questo tiene separate le acque grigie (meno pericolose perché non
    contaminate da patogeni e più facili da depurare) da quelle nere: le prime
    possono essere riusate in molti modi anche all’interno delle abitazioni
    (scarichi WC, lavaggio abiti e superfici interne ed esterne, innaffiamento); le
    acque nere, invece, che contengono nutrienti preziosi per l’agricoltura, vengono
    riusate per l’irrigazione, dopo aver eliminato i patogeni. Per il trattamento
    sia delle une che delle altre si tende a ricorrere a tecniche “decentrate”, che
    permettano di depurare e riutilizzare le acque localmente: tra queste, rivestono
    particolare importanza, anche se non sono le sole, le tecniche di
    fitodepurazione, che garantiscono una maggiore elasticità e sono gestibili in
    modo decentrato senza una specifica preparazione tecnica e a basso costo. Quando
    possibile o necessario, la sustainable sanitation cerca di evitare del tutto il
    ricorso all’acqua: è il caso di tecniche come i waterless urinals (urinali a
    secco) e le composting toilet (toilet a compostaggio), che garantiscono lo
    smaltimento degli escrementi umani in perfetta igiene senza bisogno di
    acqua.

    Il “movimento” si è recentemente organizzato nella
    Sustainable Sanitation Alliance (SuSanA,
    www.sustainable-sanitation-alliance.org), un’associazione a cui aderiscono
    decine di diversi soggetti (organismi dell’ONU, enti di ricerca e agenzie di
    cooperazione internazionale, associazioni scientifiche e ONG, Enti locali,
    singole imprese) provenienti da ogni angolo del mondo (dal Brasile al Giappone,
    dalle Filippine al Sudafrica) con una prevalenza di partner europei e indiani.
    Inutile dire che tra i partner di SuSanA non c’è nessun
    italiano.


      La data/ora di oggi è Mer 20 Nov 2019, 10:14