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    Zen e Koan

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    pinodd

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    Zen e Koan

    Messaggio Da pinodd il Lun 21 Lug 2008, 22:31

    Storia e storie di un'eresia chiamata Zen. di Fabrizio Ponzetta - Jubal Editore
    Introduzione
    La storia è una linea retta. Tutte le linee rette, in geometria, sono immaginarie: non hanno né principio né fine. La storia è una linea retta immaginaria su cui l’uomo piazza e visualizza dei punti che corrispondono a date in cui sono state compiute determinate azioni umane, generate da precedenti azioni umane e da cui sono nate nuove azioni umane. La storia, concludendo, è azione umana. Un fenomeno naturale, come un terremoto o un’eruzione vulcanica, non viene registrato dalla storia se ciò non influenza l’azione umana.
    Nell’antica Cina fu scritto, intorno al 600 a.C., il Tao Te Ching (o Daodejing), un testo che spiega con semplicità disarmante come esista un Principio (il Tao o Dao) e la sua azione, ovvero il mondo1.
    La storia, dunque, può essere scritta riguardo all’azione e non riguardo al Principio, ovviamente; ma che succede se ci si accinge a scrivere la storia dello Zen, che quel Principio incarna?

    La realizzazione di un istante vede il tempo senza fine.
    Il tempo senza fine è come un solo attimo.
    Quando uno comprende l’attimo senza fine
    Realizza la persona che lo sta vedendo.2


    Ha senso allora, dopo queste parole, perdersi nei dettagli, nel contesto storico e geopolitico, nelle comparazioni dottrinarie e nello studio dei documenti?

    Essendo di ogni verità vero il contrario, concediamo due possibili risposte al lettore:

    Sì (in tal caso si prosegua)

    No (in tal caso si vada direttamente alla parte 3 dell’appendice 2 a pag.78)

    […]

    Note
    1 Anche se nel testo i termini usati sono spesso e giustamente tradotti con “impero”, i “10.000 esseri” o le “10.000 cose”.
    2 Mumon, “La porta senza porta”, Milano, 1987.

    Appendice 2 - I koans

    1.Cenni storici

    Si devono a D.T. Suzuki (1869-1966) le opere più significative sullo Zen e sulle sue origini cinesi. Tuttavia, a lui si deve anche un malinteso riguardante i koans (in cinese k'ung-an): elaborati in un periodo storico posteriore a quello da noi trattato, essi, più che un tratto caratteristico del Ch’an, come Suzuki lasciava intendere, sono piuttosto da considerarsi come un prodotto tipico della sua decadenza. L’uso poi del koan come “tecnica meditativa” strutturata anche in diadi fra adepti delle scuole zen è assai recente.

    Nei tempi antichi non esisteva un sistema di koan […]
    L’uso dei koan iniziò circa un secolo fa ed è continuato fino a oggi. Uno dei koan migliori, perché è il più semplice, è Mu. Questo è l’antefatto: un monaco arrivò da Joshu (Zhao Zhou, 778-897) […] e gli chiese se un cane avesse una natura buddhica. Joshu ribattè: Mu.(Maestro Zen Hajuun Yasutani, 1885-1973)

    In epoca Sung (960-1279) il Ch’an fu l’unica setta buddista a “rimanere in gioco” dopo la breve persecuzione dell’imperatore Wu Tsung avvenuta nell’885.
    La sua fortuna, in termini di riconoscimenti imperiali e numero di adepti, in questo periodo salita ai massimi storici, fu ricambiata con gli intrallazzi cortigiani dei monasteri sempre più politicizzati e con un annacquamento delle originali posizioni dottrinali. Infatti, non solo si fusero nel Ch’an alcune correnti buddiste scampate o rinate alla persecuzione, e tornò una certa indulgenza verso l’intellettualismo, ma addirittura le tendenze sincretistiche presero il sopravvento fino ad accogliere in sé elementi del confucianesimo. Insomma i tempi dei cinque patriarchi erano lontani e seppure il Ch’an crebbe in termini quantitativi, degenerò, forse proprio per questo, in termini qualitativi.

    I k'ung-an (koan) appaiono in questo periodo. Il termine è mutuato dalla giurisprudenza cinese e significa “caso” o “notifica pubblica”. In occidente, scambiato per un gioco di società, il koan appare come una specie di indovinello a cui il cultore dello Zen si sottopone. Trattasi invece di dialoghi tra maestro e discepolo (o solo parole del maestro o dialoghi fra discepoli) durante o al termine dei quali qualcuno dei protagonisti si illumina. Il koan quindi è una notifica pubblica, in senso anche ironico forse, che attesta l’illuminazione di qualcuno. Nel momento in cui queste notifiche vengono sottoposte a nuovi adepti, possono, qualora anch’essi ne rivivessero l’esperienza illuminante, essere notifiche di nuove illuminazioni.

    Si potrebbe trarre la conclusione che il racconto dell’illuminazione altrui può stimolare la propria tramite il koan, ma non è proprio così. I koan sono spesso paradossali, intrisi di nonsense, incomprensibili o ambigui; cercare di arrivare a capirli o di rispondere alle domande che pongono tramite la mente logica ed un linguaggio discorsivo è frustrante e impossibile. E forse è proprio questo il punto: mettere da parte la mente. Questa mente che pretende di governare la vita è incapace di venire a capo di un koan, si aprono quindi altri spiragli, ma qui le parole…
    Con le parole invece possiamo individuare una interessante polemica, riguardante i koan, fra due scuole Ch’an cinesi, che segnerà poi la storia dello Zen giapponese.

    Intorno al 1100 le principali scuole Ch’an erano quelle di Ta-hui della casa di Lin-chi e Hung-chih della casa Ts’ao-tung. La prima era dedita all’utilizzo dei koan non come studio, lo vedremo, ma come vita quotidiana; la vita stessa per Ta-hui era un koan e si poteva cercare di risolverla con mente logica o viverla nel suo “mistero”. D’altronde la scuola a cui apparteneva, quella di Lin-chi, era nota per la sua pragmaticità e per il suo approccio radicale alla meditazione. Quando infatti veniva chiesto a Lin-chi (? - 866) come mai i suoi discepoli non leggessero i sutra e non facessero tso-ch’an (giapponese: zazen, ovvero la meditazione seduta davanti a un muro bianco), lui rispondeva che voleva farne dei buddha e dei patriarchi.

    La scuola di Ts’ao-Tung era invece decisamente più orientata all’intellettualismo e accolse spesso elementi dottrinari del confucianesimo; pur praticando la meditazione tso-ch’an, essa era comunque finalizzata al raggiungimento dell’illuminazione e non fine a se stessa. Ta-hui, quindi, attaccò polemicamente il maestro Hung-chih della casa Ts’ao-Tung rifacendosi alle origini del Ch’an. Hung-chih rispose alla polemica con un suo scritto, “Le iscrizioni dell’illuminazione silenziosa” (“Mo-Chao Ming”), in cui, paradossalmente, accusò Ta-hui di affidarsi alle parole (dei k'ung-an). Quindi, la casa Ts’ao-Tung, sincreticamente fusa col confucianesimo e da sempre incline alle speculazioni metafisiche, accusava di intellettualismo la casa di Lin-chi, nota per le sue posizioni antidottrinarie.

    Ai fini del nostro studio, la replica di Ta-hui ci interessa per due motivi: innanzitutto, perché precisa che non si può trovare la soluzione di un k'ung-an affidandosi alla razionalità e al pensiero dualistico e, in secondo luogo, perché sembra riprendere le posizioni di Nâgâryuna e spingerle ancora oltre. Se infatti Nâgâryuna affermava di usare sì la logica e il discorso discorsivo per dimostrarne l’inadeguatezza, Ta-hui con i k'ung-an esortava a intuire subito la limitatezza del linguaggio. Infatti, chi “medita” sui k'ung-an non può fare a meno di scoprire subito che il linguaggio è inutile e gira a vuoto.
    Inoltre, Ta-hui implicitamente attinge all’essenza del Ch’an, il cui messaggio di fondo può essere, in ultima analisi, che non esiste un momento privilegiato, un momento sacro per la meditazione o per lo studio dei sutra o dei k'ung-an (anche nella casa Ts’ao-Tung in realtà si usava il metodo dei k'ung-an) ma che la vita intera è occasione di meditazione, che la vita quotidiana è occasione per mettere in pratica la saggezza dei sutra, che la vita è un k'ung-an. Questa “diatriba” dottrinale fra Ta-hui della casa Lin-chi e Hung-chih della casa Ts’ao-Tung fu poi esportata in Giappone dando vita alle due principali correnti dello Zen, ovvero la corrente Rinzai (in cinese: Lin-chi) del maestro Hakuin, e la corrente Soto (in cinese: Ts’ao-Tung) del maestro Dogen. I primi valorizzano i koan ed i secondi lo zazen, ma comunque entrambi condivisero le posizioni di Ta-hui sulla non dualità tra pratica dello Zen e vita quotidiana.

    Giunti ora alla conclusione di quest’opera, come già accennato nei capitoli introduttivi, ci dedicheremo ora a disintossicarci gradualmente dagli sforzi logici e discorsivi di carattere storico dedicandoci a due koan da noi molto amati.

      La data/ora di oggi è Mar 17 Ott 2017, 08:57