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    Fetonte. La responsabilità dell’Iniziato.

    nelda
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    Messaggio Da nelda il Mar 02 Set 2008, 02:23

    Riflessioni sulla Simbologia

    Fetonte.
    La responsabilità dell’Iniziato.
    Agosto 2008

    Fetonte è una figura della mitologia greca. Era
    figlio di Apollo e della ninfa Climene.
    Secondo il mito, Fetonte, per vedere se Apollo fosse
    veramente suo padre, lo pregò di lasciargli guidare il carro del Sole: ma, a
    causa della sua inesperienza, perse il controllo del carro, i cavalli si
    imbizzarrirono e corsero all'impazzata per la volta celeste: prima salirono
    troppo in alto, bruciando un tratto del cielo che divenne la Via Lattea (questo è
    uno dei miti che spiegano l'origine della Via Lattea; ve ne sono diversi
    altri), quindi scesero troppo vicino alla terra, devastando la Libia che divenne un
    deserto. Zeus intervenne per salvare la terra e, adirato, scagliò un fulmine
    contro Fetonte, che cadde alle foci del fiume Eridano, l'odierno Po». (da
    Wikipedia)
    Spesso sentiamo utilizzare dalla gente, l’espressione
    “gettar via la propria vita”, riferita a persone che non si comportano come la
    società vorrebbe, che non fanno ciò che la gente vorrebbe. Giovani, ad esempio,
    che al posto di studiare frequentano “cattive compagnie”, e magari bevono e si
    drogano in discoteca al posto di laurearsi in legge… o adulti che, non ancora
    “accasati” e senza un lavoro “come si deve”, passano da un rapporto all’altro e
    da un lavoretto part-time all’altro…
    Se ne sentono tanti di giudizi, ad ascoltare la gente.
    Tuttavia, é proprio questo il significato di “gettar via la
    propria vita”? Non laurearsi, non sposarsi, non andare in chiesa e non avere un
    lavoro fisso? O piuttosto questo concetto potrebbe applicarsi ad un livello ben
    più profondo ed esistenziale, che non riguardi le aspettative della società e
    dei “benpensanti”?
    Non potrebbe essere che “gettar via la propria vita”
    significhi trascorrere la propria esistenza rimanendo ciechi alla luce della
    vita stessa? Non potrebbe voler dire dimenticarsi dell’immenso valore che
    abbiamo in quanto persone, e vivere come spettatori annoiati nella meraviglia
    dell’universo che esiste intorno a noi?
    In ogni caso, questa è la triste situazione dell’uomo
    profano dalla quale l’Iniziato è chiamato a sottrarsi. Non siamo forse tutti
    noi il “Fetonte”, cui il divino fattore della nostra origine ha dato in dono la
    possibilità di condurre il Carro del Sole? Il Sole di Apollo non è helios (il
    sole fisico), ma il Sole metafisico, simbolo del nostro Spirito, che ci rende
    immagini consustanziali del Padre celeste.
    Perciò, ognuno di noi ha in dono la cosa più importante e
    preziosa che si possa concepire.
    I testi sacri e la mitologia degli antichi popoli, tuttavia,
    ci insegnano che per possedere un oggetto di grande valore bisogna esserne
    degni. Fetonte si rivela indegno di guidare l’astro del giorno, e perciò
    fallisce nella sua impresa.
    Galahad Lancillotto «é il cavaliere che ha fallito la sua
    ricerca (del Graal): coinvolto dal fallace splendore del mondo, ha messo al
    primo posto nella sua vita una donna, Ginevra, piuttosto che Dio. Nonostante
    egli sia sincero e veramente disponibile a lasciare da parte ogni desiderio
    terreno per dare la scalata alle vette spirituali della Montagna del Graal,
    questo non è ancora sufficiente perché la ricerca abbia buon fine. Egli giunge
    al Graal, ha la possibilità di vederlo per un attimo, ma non riesce ad
    avvicinarsi a lui. Si tratta della stessa sensazione che prova colui che ha
    l'animo offuscato dall'amore per una donna: si rende conto della presenza di
    Dio, ma non riesce a proseguire il cammino verso di lui perché frenato dai
    legami che ha instaurato. Soltanto vivendo un amore aperto a Dio, l'uomo può
    evitare di lasciarsi legare a terra: i due, allora, sono in grado di levarsi
    insieme verso l'infinito, e di sostenersi nel cammino a lui. L'amore di
    Lancillotto, invece, non ha questi intenti (…). Sarà lui a riconoscere il suo
    errore: "tutte le mie grandi imprese di guerra le ho compiute per amore
    della regina e per suo amore io ho combattuto, senza badare se fosse giusto o
    sbagliato, e mai ho combattuto per amore di Dio ma solo per guadagnarmi affetto
    e per essere amato". Dio accoglie il suo pentimento, benedendo la sua
    discendenza e concedendo il privilegio di ritrovare il Graal al figlio di
    Lancillotto, Galahad, nato dalla principessa del Graal Elayne».
    (da “I Cavalieri del Graal – il significato della queste per
    l’uomo d’oggi”, a cura di Franco Corsi, http://www.acam.it/graal3.htm)
    Il Graal, è simbolo dell’ermetico “Cratere del Nous” di cui
    si parla nel “Poimandres”. Per renderci degni di esso, dobbiamo, come si è
    detto di Lancillotto, amare Dio prima del mondo, ma non il Dio delle religioni,
    lontano e astratto, non il vecchio barbuto, severo e vendicativo rappresentato
    nelle chiese, ma il Dio interiore ad ognuno di noi (la scintilla divina della
    nostra Coscienza), che è ciò che ci lega alla nostra sorgente, che è anche la
    sorgente di tutte le cose.
    In cosa ha fallito Fetonte? Egli, uomo, ha voluto guidare la
    luce del Cielo. Cos’è l’uomo e cos’è il Cielo, in questo caso? Ce lo spiega la
    mistica taoista: «Il Cielo è all’interno. L’uomo è all’esterno. Tö (l’atto, la
    virtù, l’efficacia) del Tao abita in Cielo. Chi conosce l’azione di un “uomo
    celeste”, sa che essa si radica nel cielo. Egli rimane nella sua virtù
    trionfante, e può allora avanzare, piegarsi o dispiegarsi…, egli ritorna sempre
    alla realtà ultima.
    “Che cos’è il cielo? Che cos’è l’uomo?”, domandò il
    Patriarca-del-fiume. “I buoi, i cavalli, hanno delle zampe, questo è il cielo”,
    rispose Jo-del-mare-del-Nord. “Un morso nella bocca dei cavalli, un anello nel
    naso dei buoi, questo è l’uomo”» (Tchouang-tseu).
    Ovvero, il Cielo è “tchen”, l’autenticità. Confucio, secondo
    la leggenda, chiese un giorno ad un pescatore cosa intendeva con “tchen”
    (autenticità). «L’autenticità?», rispose il pescatore, «è la perfezione della
    propria essenza» (Tchouang-tseu).
    Solo Apollo può guidare il carro. L’Iniziato, colui che
    vuole rendersi degno di condurre il Carro del Sole, la divinità interiore, la Luce del cuore, dovrà dunque
    rendersi un “uomo celeste”, una creatura del cielo, ovvero un individuo
    identificato alla propria Essenza.
    «Puro come l'oro più puro, saldo come una roccia, Come
    cristallo limpidissimo dev'essere il tuo cuore». (da Angelus Silesius, “Il
    Pellegrino Cherubico” I, 1)
    È necessario, in accordo con quanto afferma la tradizione
    alchemica, “preparare il nostro palazzo per la venuta del Re”. Che poi non si
    tratta affatto di accogliere un sovrano venuto da lontano, ma di rendere la
    nostra Coscienza adatta ad ospitare quel Re che in realtà vi ha sempre dimorato
    senza che noi riuscissimo a capirlo. Poiché la scintilla divina nell’essere
    umano, è come un Re vestito di stracci, o un tesoro sotterraneo, o una perla
    racchiusa da una conchiglia, o una luce nascosta.
    Preparare il palazzo per la venuta del Re. Od erigere il
    Tempio di Salomone per conservarvi l’Arca dell’Alleanza
    (http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_di_Salomone), questo il simbolo usato nei
    libri biblici dell’Antico Testamento, caro anche alla Frammassoneria, per
    descrivere l’opera di edificazione interiore, o di ritorno alla “tchen”,
    necessaria ad ospitare la presenza di Dio, o Tao.
    Fetonte non è solo simbolo del profano, ma anche dell’Ego,
    che necessariamente fallisce nel folle progetto di diventare auriga della Causa
    e del Fine di tutte le cose. Apollo, perciò, oltre a rappresentare l’Iniziato,
    è anche il Nous, o Super-Io, consustanziale alla Causa e al Fine. Zeus è, in
    questa visione del mito, il nostro Giudice interno, che deve rendesi conto del
    pericolo di dare a chi (o meglio a ciò che in noi) non è pronto né capace, la
    responsabilità del bene più prezioso; e fare in modo, al contrario, di dare
    questa responsabilità a chi (o meglio a quella parte di noi che) è in grado di
    sopportarla e trarne i frutti.
    Infine, comprendiamo anche l’alto significato esoterico
    sotteso alla parabola evangelica dei talenti (cfr. “Vangelo di Matteo”,
    25,14-30), nella quale i più ravvisano la minaccia di una punizione
    oltremondana per chi non avrà saputo far fruttificare i doni di Dio, ma che
    l’Iniziato sa vedere come un invito a riconoscere quanto di prezioso ci è dato,
    e farlo evolvere in noi…


    Sebastiano B. Brocchi

      La data/ora di oggi è Mar 19 Nov 2019, 01:44